Manifesto Offpunk

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La rivoluzione non sarà digitale
In un’epoca in cui l’iperconnettività viene indicata come sintomo di un futuro ineludibile, si sta insinuando un movimento timido e scomodo: quello della disconnessione consapevole e intenzionale. L’adozione dei “dumb phones” è cresciuta negli ultimi anni. Si usano di nuovo le fotocamere digitali. Così come le cassette. E anche le macchine da scrivere... C’è anche uno strano movimento a favore del giornale… cartaceo. Persino il minidisc, che era stato dimenticato a causa del lettore MP3, è rinato dalle ceneri.
All’inizio del secolo, Internet rappresentava la promessa dell’atto finale del «Villaggio globale», sostenuto da Marshall McLuhan. I computer, costosi e rari (e quindi, a volte, condivisi), erano portali verso un altro mondo. I governi, spendendo somme considerevoli, cercavano di garantire che le classi più povere fossero «incluse» digitalmente.
Ci siamo arrivati. Ora ci stiamo avvicinando alla soglia dei tre dispositivi connessi a persona in tutto il mondo, secondo le stime del Cisco Visual Network Index per gli anni 2020.
Il digitale è onnipresente e dato per scontato. Inclusi digitalmente, che ci piaccia o no, non ci connettiamo più a Internet. Ci viviamo semplicemente dentro.
Come se indossassimo un’uniforme, teniamo i nostri telefoni in tasca per lavorare, per vivere, per amare. La tecnologia digitale ha smesso di essere uno strumento ed è diventata un ambiente — un ambiente dal quale non si può sfuggire. Ovvero, una prigione.
«Garantire il non digitale è un dovere, non un ritorno al passato»,
Giulio Cavalli
Come sostiene Ploum, scrittore di fantascienza e sviluppatore di software belga, i «punk» della nostra epoca sono coloro che osano vivere senza smartphone — sono degli «offpunk», come ora preferisco chiamarli.
La connessione come arma di guerra
Frutto di uno sviluppo tecnologico centralizzato e monopolistico, la distribuzione di Internet o dei servizidigitali è diventata un’arma di guerra. Quando i paesi dotati di «hard power» entrano in conflitto, cercano di interrompere non solo le forniture di acqua e gas, ma tagliano anche Internet come tattica bellica.
La Russia lo ha fatto nelle offensive contro l’Ucraina; Israele lo fa in Palestina.
Alla fine del 2025, il giudice francese Nicolas Guillou della Corte penale internazionale ha perso completamente l’accesso a diversi servizi digitali americani — quali hosting, acquisti online e servizi bancari — forniti da aziende americane come Airbnb, Amazon e PayPal. Gli Stati Uniti hanno giustificato tale sanzione perché Guillou ha emesso mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano, Benyamin Nétanyahou, e del suo ministro della difesa, Yoav Gallant, a causa degli attacchi israeliani di natura genocida in territorio palestinese. Gli Stati Uniti sono il principale paese sostenitore delle azioni di Israele in Asia centrale.
L’approccio «offpunk» nasce da una constatazione semplice e scomoda: il regno del digitale è fragile. Allo stesso tempo, tutta la vita sociale è inevitabilmente immersa in questo ambiente. Pertanto, tale approccio tiene conto del fatto che è necessario non dipendere totalmente dai servizi virtuali, con il rischio che uno di essi venga sanzionato o non sia disponibile. Esempi come il malfunzionamento dei server Microsoft che ha avuto ripercussioni sui servizi bancari in tutto il mondo a metà del 2024, la sanzione imposta a Twitter/X dal governo brasiliano alla fine del 2024, e il guasto globale dei server di Amazon e Cloudflare alla fine del 2025, che ha causato l’interruzione di numerosi domini su Internet, hanno messo a nudo non solo la loro fragilità, ma anche la nostra dipendenza da tali servizi.
Dopotutto, la connessione ininterrotta non è una garanzia, soprattutto nei paesi del Sud del mondo o in situazioni di conflitto politico interno o esterno, o anche in condizioni di pace ― nella città di San Paolo, in Brasile, a causa della politica di approvvigionamento energetico esternalizzato dall’Italia, nei giorni di pioggia si verificano continue interruzioni di corrente. In questi territori, è necessario poter sempre contare sull’analogico come piano B.
Minimalismo digitale e offpunk
Non bisogna confondere l’offpunk con il minimalismo digitale.
Il minimalismo digitale è un approccio liberale alla disconnessione, totalmente incentrato sull’autonomia individuale, senza criticare le strutture di potere.
Poiché non è possibile avere una vita completamente offline, il minimalismo digitale cerca di eliminare gli aspetti che creano più dipendenza o più invasivi, per configurare gli ambienti connessi come simulacri di una vita analogica. Off, ma non troppo.
Ciò di cui abbiamo davvero bisogno è la possibilità di una disconnessione totale; il diritto di andare in giro senza dover portare con noi uno smartphone di ultima generazione con batteria carica e dati mobili sufficienti per rimanere connessi 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
In “Digital Detox: The Politics of Disconnecting” (2020), Trine Syvertsen dimostra come il minimalismo digitale faccia parte di un’agenda neoliberista volta a trasferire la responsabilità della risoluzione dei problemi strutturali (precedentemente di competenza degli organismi collettivi) ai singoli individui — l’utente medio di uno smartphone. Inoltre, l’autrice rileva che il motivo per cui le persone cercano questo tipo di detox può essere riassunto in tre «p»: presenza, produttività e privacy ― tutte questioni individuali.
In altre parole, se perdi momenti di socializzazione a causa del telefono, se non riesci a produrre in azienda o nei tuoi progetti personali a causa delle notifiche, o se sei stufo di essere monitorato e trasformato in oggetto dalle Big Tech, tutto ciò è esclusivamente colpa tua, perché non ti imponi abbastanza autodisciplina e non cerchi modi per renderlo meno coinvolgente ― e non per colpa di un modello di business basato sull’economia dell’attenzione, sulla sorveglianza di massa e su software progettati appositamente per creare dipendenza.
Questo scaricamento della responsabilità sull’alfabetizzazione digitale è in linea con l’analisi della società contemporanea fatta dall’intellettuale tedesco-coreano Byung-Chul Han nel suo «Eros in agonia», in cui afferma che
L’autosfruttamento è molto più efficiente dello sfruttamento altrui, poiché va di pari passo con il senso di libertà.
Un altro sintomo di questo scaricamento della responsabilità sono i terminali self-service nei supermercati, nelle farmacie e nelle banche, che affidano al cliente il compito di effettuare autonomamente la propria transazione commerciale o bancaria, il più delle volte senza l’aiuto di un addetto, svolgendo il lavoro di un impiegato e senza ottenere alcuno sconto sull’acquisto; se si commette un errore durante l’acquisto, questo va a carico del cliente, non dell’azienda.
L’offpunk, per quanto sia un comportamento derivante da un’elevata alfabetizzazione digitale, al contrario del minimalismo digitale, difende una disconnessione senza pretese, che non escluda le attività sociali e l’esercizio dei propri diritti di cittadinanza.
Infine, mentre il minimalismo digitale vede la disconnessione come un mezzo per produrre di più, l’offpunk non considera la disintossicazione digitale come uno strumento per una maggiore produttività, perché si tratta in realtà di un atteggiamento anticonsumistico.
Definizioni
L'offpunk non è uno stile di vita. È un atteggiamento nei confronti della digitalizzazione, è la ricerca di una possibile disintossicazione digitale collettiva, esplorando il carattere politico-sociale della disconnessione. Rivendica il tempo libero, la cittadinanza e la comunicazione senza l'obbligo di un intermediario digitale; non lotta per la fine di Internet, ma si batte per una vita possibile senza connessione ininterrotta.
E in quanto atteggiamento, l’offpunk è più vicino a tattiche laiche, come la meditazione e la guerriglia.
Inoltre è evidente che le complessità del lavoro moderno, anche quelle che coinvolgono attività analogiche come l’insegnamento, sono sempre più invase dai processi digitali. Negli anni 2020, l’uso comune di Internet può essere associato solo al lavoro, così come la disconnessione può essere associata solo al tempo libero.
In questo modo, un atteggiamento «offpunk» difende la vita al di là del lavoro.
Paradossalmente, tutti questi strati superflui di digitalizzazione nella nostra vita quotidiana rendono l’interazione analogica e diretta sempre più efficace o fluida nella risoluzione dei nostri problemi quotidiani (vedi «strumenti offpunk»).
Sono «offpunk»: un adolescente che adotta un telefono basico (dumb phone) e si unisce a un club luddista; un audiofilo che, insoddisfatto di Spotify, decide di acquistare un giradischi o un lettore mp3; un esperto che utilizza sistemi di sicurezza informatica minimalisti; gli attivisti che combattono l’obsolescenza dei dispositivi elettronici installando Linux o delle ROM personalizzate sui propri dispositivi; un lavoratore autonomo che disattiva i propri social media commerciali come Instagram e Facebook per concentrarsi direttamente sui suoi clienti; un anziano che resiste all’uso dello smartphone e trova modi per aggirare la digitalizzazione.
L’offpunk non è nostalgia. Non è né una tecnofobia ingenua né una fuga romantica verso un passato immaginario. È, prima di tutto, una ricerca di sovranità e autonomia. Parafrasando lo scrittore brasiliano Eduardo Fernandes, in quanto offpunk,
la rivoluzione tecnologica non è rivoluzionaria, e rendersi obsoleti non è reazionario.
L’estetica offpunk
L’offpunk non ha ancora un volto, ma abbiamo alcuni indizi su come potrebbe essere. Il primo di questi può derivare da una recente definizione di Ploum riguardo alla propria azione su Internet: “technopunk”, un tecnofilo antisistema.
Come accennato in precedenza, l’offpunk è un atteggiamento nei confronti dello stato della tecnologia nel mondo contemporaneo, non un’utopia/distopia né un’estetica visiva che fa parte di un movimento culturale più ampio come il “solarpunk” o il “cyberpunk”.
Alcuni esempi di offpunk:
1) nell’informatica, il browser Offpunk, per il protocollo Gemini, da cui prende il nome questo manifesto;
2) nel design, il concetto di “Forever Computer” e il telefono Mudita Kompakt;
3) nella società, il club luddista di New York;
4) nella letteratura, “Bikepunk” (2024) di Ploum;
5) nel cinema, “Una battaglia dopo l’altra” (2025).
In Una battaglia dopo l’altra, l’«obsolescenza», il downgrade, è una strategia di libertà. I personaggi ricorrono a dispositivi vecchi e modificabili per creare una rete parallela di comunicazione e sicurezza. Quando emergono nuove tecnologie (come gli smartphone), queste hanno lo scopo di mettere a rischio le vite, di reprimere le persone e di impedire che i piani vadano a buon fine.
― Eduardo Fernandes (Texto Sobre Tela).
Nel film tedesco-giapponese “Perfect Days” (2023), assistiamo alla routine idilliaca di Hirayama, addetto alle pulizie dei bagni pubblici del Tokyo Project, che nel tempo libero scatta foto con la pellicola, ascolta musica su cassette, va in bicicletta, legge libri prima di dormire e apprezza ogni momento delle sue giornate, disconnesso e con grande soddisfazione.
Il Giappone, famoso per essere un paese che riesce a conciliare modernità e tradizione, offre sportelli per il pagamento in contanti, comunicazioni aziendali tramite telefono fisso e tecnologie informatiche ormai superate utilizzate dalle grandi aziende — come il fax e i dischetti. In India, che forse vanta il miglior sistema telefonico al mondo, il cittadino medio effettua circa 90 chiamate al giorno.
Rivendicazioni
Sono temi legati all’offpunk:
1) la lotta contro la sovrapproduzione;
2) la lotta contro l’obsolescenza programmata;
3) la lotta contro l’«Internet delle cose», con l’obiettivo di spezzare il circolo vizioso tra dispositivi interconnessi che ci rubano tempo e raccolgono i nostri dati per alimentare i Big Data;
4) la lotta contro l’economia dell’attenzione;
5) la riduzione dell’orario di lavoro, che a poco a poco spinge sempre più l’attività lavorativa nel campo virtuale;
6) il diritto al tempo libero, alla cittadinanza e al lavoro senza la necessità di un dispositivo digitale;
7) l’emergere di una piena inclusione digitale delle classi più povere e delle popolazioni anziane, che non si basa solo sull’accessibilità a un dispositivo elettronico, ma anche sull’alfabetizzazione digitale per l’utilizzo e la manutenzione autonoma di tale dispositivo, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da terzi.
Come sostiene il giornalista italiano Giulio Cavalli:
È vero: la digitalizzazione semplifica, snellisce e uniforma le procedure. Ma solo per chi riesce a farne parte.
Per tutti gli altri il futuro è una porta chiusa.
― «Garantire il non digitale è un diritto, non un ritorno al passato» (lettera43)
Strumenti off-punk:
1) il denaro contante ― è pratico, non richiede né elettricità né Internet e garantisce che i dati personali non vengano archiviati, aggregati o rivenduti in/da sistemi di Big Data;
2) i mezzi analogici ― garantiscono che sia possibile una comunicazione indipendente da Internet o che l’oggetto sia effettivamente tuo (e non noleggiato), in quanto tangibile: dischi, libri, radio, giornali cartacei;
3) mezzi digitali indipendenti e decentralizzati ― e-mail, siti web “brutalisti” a basso costo, feed RSS, fotocamere digitali, lettori mp3/mp4, telefoni “basici” (dumb phones);
4) mezzi di archiviazione e trasferimento di file ― garantiscono che i dati digitali non vengano sottratti in caso di interruzione della connessione o che non dipendano dalla buona volontà di un gestore di server proprietario: dischi rigidi, schede di memoria, chiavette USB, servizi cloud autogestiti e locali;
5) protocolli di comunicazione alternativi: messaggistica via Bluetooth (Bitchat), Gemini, e-mail crittografata, navigazione onion (Tor), XMPP.
Le sfide:
1) superare le comodità offerte dal digitale (ricerca, traduzione di testi, intrattenimento facile, pagamenti a distanza);
2) accedere a spazi sociali che richiedono sempre più spesso un dispositivo digitale (concerti, parcheggi, cinema, stadi o club sportivi, ristoranti);
3) creare reti di lavoro senza l’intermediazione del digitale.
Difendiamo il diritto inalienabile a un mondo non digitale, il diritto di condividere senza l’intermediazione di algoritmi e di organizzarsi socialmente senza piattaforme centralizzate, nonché il diritto di resistere all’imperativo della presenza online.
Finché esisterà il monopolio tecnologico nelle mani di poche aziende del Nord del mondo; finché esisterà la sorveglianza di massa con il consenso dello Stato; finché ci sarà una raccolta massiccia di dati ― e l’assenza di trasparenza sull’uso dei dati raccolti ―; finché esisterà l’economia dell’attenzione, che usurpa il nostro prezioso tempo libero per fper costringerci a visualizzare pubblicità su servizi digitali essenziali; finché esisteranno infrastrutture che impediscono la sovranità digitale nei paesi del Sud del mondo; finché esisterà la digitalizzazione obbligatoria in un mondo in cui Internet non è considerato un diritto fondamentale inalienabile ― la rivoluzione non sarà digitale.
Questo testo è stato scritto originariamente in portoghese ed è firmato da Arlon de Serra Grande e Lionel Dricot (t.c.c @ploum@mamot.fr).
Estate 2026.
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